Quand'ero suonatore

Dal Corriere Elbano - Notizia del 12 Gennaio 1950
Rubrica "Fior da Fiore" Quando ero suonatore

Il mio vecchio cuore portoferraiese ha trasalito di gioia, venerdì mattina, quando si sono diffusi nel cielo i primi concerti della rinnovata Banda Cittadina. Tornavo, con la mia memoria, ai bei tempi della prima giovinezza, allorché, dopo una brevissima preparazione teorica pratica, debuttai nelle file del corpo musicale di allora, non senza provare, alla prima uscita, un certo pizzicorino nell'anima che poteva essere misto d'orgoglio e di preoccupazione. Insieme a me, e più di me certamente perché la loro carriera musicale fu cento e cento volte più lunga e gloriosa della mia, debbono essere stati commossi Giovanni Cairati e Giovanni Sansoni, cornette emerite sotto l'insegna dello stesso labaro riesumato e restituito al bacio dell'aura portoferraiese, e Umbertino Miliani, trombone cantabile, e Giovanni Spinelli, clarinettista allevato nella mia casa paterna (quasi un prodotto di famiglia!) e Pietro Giannini, pure clarinettista... di casa, i fratelli Elpidio e Giovanni Biancotti e tanti altri che non ricordo perché il tempo ha cancellato le loro immagini.

Cesare Foresi, ad oltre novant'anni è il decano, seguito a ruota da quel fervido musicofilo che è Antonio Reboa: il primo, bombardino di gran classe e direttore energico e puntiglioso, il secondo, flautista esimio ed istruttore appassionato ancora, e Dio voglia per molti anni avvenire, sulla breccia.

Rivedevo, attraverso un velo di trattenute lacrime, un quartinista dal fiato e dalla passione inesauribili, ed un “tromba” bersaglieresco dagli squilli formidabili: due fratelli, due caratteri diametralmente opposti che si fondevano nella grande armonia del pentagramma, autentici figli del popolo sano, cordiale, intelligente di Portoferraio. Ed accanto ad essi, quasi ugualmente cari e indimenticabili, tutti gli altri, i valentissimi ed anche i più modesti, i Bertès, gli Allori, i Filippini, i Baragatti, i Terracciano, gli Zei, i Pieri, i Montauti, i Magagnini, i Caruso, i Benti, i Ratti, i Curci, gli Zuccotti, tutta Portoferraio all'inizio del novecento, chè allora non c'era famiglia, può dirsi, nella quale la divina arte della musica fosse assente. E anch'io, giovincello, trescavo con Euterpe: oh, no, lungi da me le velleità dei virtuosismi clarinettistici, che non mi è mai riuscito cavare da quel tubo di legno un suono che non fosse sgraziato e stridente; non gli squilli argentini della cornetta, il soprano della banda, né il canto disteso del trombone e del bombardino, tenore a baritono discesi dal palcoscenico sulla pubblica piazza a portarvi la loro eterna disputa d'amore.

Non a me erano riservate le gravi bòtte dell'oflèide o del pellittone, né il mugolio equivoco del sassofono, non gli squilli dei corni né i balbettamenti, pur così necessari, dei tromboni e degli altri strumenti d'accompagnamento. Non il pastorale pettegolar dell'oboe, né le soavi modulazioni del flauto o quelle acute dell'ottavino, non il robusto cantar del flicorno, non lo squittire del quartino: niente di tutto questo. Eppure ero un “solista”, un esecutore necessariamente.

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